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Presentazione di N. Zach “Sento cadere qualcosa” (Einaudi 2009) e “Poeti israeliani” (Einaudi 2007)

Natan Zach “Sento cadere qualcosa” (Einaudi 2009) e “Poeti israeliani” (Einaudi 2008)

Poesia israeliana in italiano

Come scrive Ariel Rathaus nell’introduzione a questo volume antologico, «Zach è un romantico che si dissimula, che capovolge l’emozione nel suo parodistico contrario». E tuttavia, osservata nella sua evoluzione nel corso dei decenni, l’opera di Zach è anche un progressivo, incessante tentativo di giungere alle radici stesse dell’esperienza umana, senza infingimenti estetici, mettendo sempre più a nudo la verità celata dall’incanto verbale della poesia. In un ebraico cristallino, che tocca in profondità l¿odierno linguaggio discorsivo israeliano ma che per la sua intensità riesce a imporsi come una sorta di lingua sovratemporale, nei suoi toni mai declamatori Zach si è creato un vasto spazio di comunicazione letteraria nel quale esprime la sua ricerca interiore, la sua critica politica, il suo disagio, acuitosi con gli anni, nei confronti di un mondo nel quale si sente sempre più isolato e i cui spettri cerca di esorcizzare con le armi poetiche di cui è maestro.

 


 


L’innaturale intrusione della morte come fatto politico (guerre, attentati) nella trama quotidiana degli eventi e dei rapporti umani è un tema spesso affrontato dal poeta israeliano, benché ogni tanto egli anche impegni Thànatos in più metafisiche conversazioni (come nell’ultima produzione di Yehuda Amichai, tutta pervasa dal senso imminente della fine e che proprio in questa prospettiva si apre a un nuovo dialogo col divino: «il diverso / è Dio, la morte è il suo profeta»). E può essere per controbilanciare questa presenza politicamente intrusiva della morte che il poeta israeliano parla molto anche del suo opposto, di Eros, questo «dio straniero» cui già la Bibbia dedicava un altissimo libro di poesia, il Cantico dei cantici. Forse proprio per il suo nascere nella sfera più privata degli affetti umani la lirica d’amore gode di grande fortuna nella terra «timorosa di ultime notizie».


Ariel Rathaus è nato a Roma nel 1949. Vive a Gerusalemme, dove ha insegnato alla Hebrew University. Ha pubblicato numerosi articoli sulla poesia ebraica fra tardo Rinascimento e Barocco e un libro di poesie in ebraico, Sefer ha-zichronot (2001). In ebraico, ha anche curato la nuova versione del Decameron di Boccaccio e ha tradotto la Scienza nuova di Giambattista Vico. Per quest’ultima fatica, nel 2006 ha ricevuto il “Premio internazionale per l’arte, la letteratura e il cinema Ennio Flaiano”. In italiano, oltre ai libri succitati, ha pubblicato versioni di alcuni fra i maggiori poeti israeliani contemporanei: Yehuda Amichai (Poesie, Crocetti, 1993), Natan Zach (Sfavorevole agli addii, Donzelli 1996) e Meir Wieselter (Lontano dall’alzabandiera, San Marco dei Giustiniani, 2003).Egli ha inoltre tradotto Nel fiore degli anni,  di S.Y.Agnon, Adelphi, Milano, 2008.

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